cnim.it - Short Newshttp://www.cnim.it/cnimnm/?z=48SEGNALAZIONE CORSO: MANOVRA A MANO ASCENSORIIl prossimo 30 ottobre dalle ore 9.00 alle 13.00 avrà luogo presso la sede CNIM di Via Barberini 68 il corso teorico-pratico addestrativo su come effettuare la manovra a mano di emergenza in caso di necessità (art. 15 del D.P.R. 162/99).

Il corso è suddiviso in due moduli: il primo prevede una lezione frontale in aula finalizzata ad illustrare gli aspetti salienti che riguardano la sicurezza degli impianti di sollevamento ed in modo particolare le procedure e le istruzioni per lo svolgimento della manovra di emergenza in caso di necessità. Il secondo modulo prevede la dimostrazione pratica per l'effettuazione in sicurezza della manovra di emergenza.

Quota di adesione: Euro 120 - sono previste agevolazioni in caso di iscrizioni multiple.

Vai al link internet per le informazioni per l'adesione.  


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4103Sat, 21 Oct 2017 00:00:00 GMT
PAURA NEL LICEO VIRGILIO A ROMA: CROLLA UN TETTOAttimi di paura nel liceo "Virgilio" di Roma, storica scuola situata nel centro della Capitale, tra Trastevere e Campo de' Fiori.
Attorno alle 10.30, mentre gli studenti si trovavano nelle aule per le lezioni, è crollata una parte del soffitto. Immediato l'intervento dei Vigili del Fuoco.

Fortunatamente la caduta di una porzione di tetto, travi in legno e tabelle con intonaco, è avvenuta sul solaio del secondo piano in una zona dove non erano presenti alunni. Sono stati interdetti a scopo cautelativo i locali (aule e laboratori) sottostanti al tetto, risalente al 1500. Tanto è bastato però per far scoppiare la polemica.
Durissima infatti è stata la presa di posizione del collettivo studentesco dell'istituto. "Crolla un grosso pezzo di tetto della nostra scuola! - scrivono in un post su Facebook, corredato da una foto scattata dall'alto da un inquilino del palazzo di fronte all'istituto di via Giulia, dove si vede la parte di tetto mancante - senza manutenzione e lavori strutturali il nostro istituto rimarrà non a norma"."Oggi, per fortuna, il tetto non è crollato in una classe e pare non ci siano feriti, deve per forza accadere una tragedia perché arrivino delle soluzioni sull'edilizia scolastica?", si chiedono arrabbiati gli studenti che in via precauzionale sono stati comunque prontamernte fatti evacuare dalle aule.

Anche il Codacons si è schierato dalla parte degli studenti parlando di scuole romane che "cadono oramai letteralmente a pezzi sotto il peso dell'incuria". "Oggi è stata sfiorata una tragedia, ma sono anni che denunciamo l'insicurezza degli istituti scolastici e i pericoli che corrono ogni giorno studenti e insegnanti", spiega il presidente Carlo Rienzi.


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4102Mon, 09 Oct 2017 00:00:00 GMT
L’ERRORE IN OSPEDALELa situazione in Italia è caratterizzata dal considerevole livello di obsolescenza media delle tecnologie installate, registrato negli ultimi anni, che risulta il più elevato rispetto al resto d’Europa.

La Commissione Tecnica sul Rischio Clinico del Ministero della Salute, nel documento “Risk Management in Sanità. Il problema degli errori”, aveva indicato la “manutenzione inadeguata” tra le cause specifiche di errore nell’utilizzo degli apparecchi elettromedicali.

Il malfunzionamento dei dispositivi medici e nello specifico degli apparecchi elettromedicali rappresenta un problema grave, come reso ancora più evidente dall’analisi degli eventi avversi occorsi recentemente nel nostro Paese. Nel 2015, infatti, l’ Osservatorio nazionale sui Sinistri e Polizze Assicurative dell’AGENAS ha reso pubblico il primo rapporto annuale dei sinistri in sanità: dai 21 indicatori presi in considerazione emerge che l'indice di sinistrosità regionale, che definisce la frequenza con cui si verificano gli errori denunciati, è pari a 20,94 su 10.000 dimissioni, mentre l’indice di richieste di risarcimento per lesioni personali e decessi è di 9,79 su 10.000 dimissioni; mentre il costo medio dei sinistri liquidati è di 52.368,95 euro e la grande maggioranza dei sinistri denunciati, circa il 65,86%, riguarda casi di lesioni personali, mentre il 12,88% decessi.

Tuttavia le problematiche connesse alla gestione del parco tecnologico biomedico sono più vaste ed esse includono anche l’usabilità, le caratteristiche ergonomiche, l’interfaccia software e hardware, il fattore umano, il contesto e le modalità d’uso.

L’attività di manutenzione delle tecnologie biomediche sta evolvendo da una concezione di pura operatività verso una vera e propria funzione manageriale volta alla riduzione dei rischi connessi all’uso dei dispositivi medici, alla diminuzione dei tempi di utilizzo, alla prevenzione dei guasti ed alla garanzia della qualità delle prestazioni erogate.

In tal modo si ottimizza la durata fisiologica del bene contribuendo al miglioramento continuo del percorso assistenziale del paziente del cui iter diagnostico-terapeutico la tecnologia costituisce un fattore importante.

E’ quindi assolutamente imprescindibile che la manutenzione delle apparecchiature sia gestita in modo sistematico, corretto ed efficace.

La Raccomandazione n. 9 del Ministero della Salute e delle Politiche Sociali “Prevenzione degli eventi avversi conseguenti al malfunzionamento dei dispositivi medici/ apparecchi elettromedicali”
(http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_844_allegato.pdf
)
fornisce a tutte le strutture sanitarie alcuni elementi fondamentali per la corretta manutenzione di tali dispositivi. L’obiettivo della raccomandazione è la riduzione degli eventi avversi riconducibili al malfunzionamento dei dispositivi elettromedicali derivanti da una scarsa e/o non corretta manutenzione degli stessi.


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4101Tue, 03 Oct 2017 00:00:00 GMT
PROCURA DI ROMA: INCIDENTE IN ASCENSORE, MAGISTRATO FERITOFerita magistrata a causa di un guasto all'impianto di sollevamento del palazzo di giustizia capitolino: l'ascensore del palazzo A di piazzale Clodio improvvisamente è schizzato a forte velocità all'ultimo piano. È accaduto ieri pomeriggio.

Il pubblico ufficiale ha riportato una serie di fratture multiple ed è ricoverata all'ospedale Gemelli. La notizia è stata diffusa dalla giunta dell'Anm del distretto di Roma e Lazio che, in un comunicato, ha voluto esprimere "affetto e vicinanza" alla collega coinvolta.

"Quanto accaduto - si legge - non è purtroppo che l'ultimo e più grave episodio di malfunzionamento degli ascensori, problema che da anni affligge la cittadella giudiziaria e sembra irrisolvibile.

Fonte: Repubblica.


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4100Fri, 29 Sep 2017 00:00:00 GMT
NUOVO ANNO SCOLASTICO: LA SICUREZZA DEGLI EDIFICI SCOLASTICICon la ripresa delle attività scolastiche e le aule piene di studenti si ripropone la necessità della messa in sicurezza degli edifici scolastici.  E tra le necessità più urgenti c’è l’adeguamento sismico delle migliaia di scuole ad alta vulnerabilità già censite nell’Italia centro-meridionale.

Una necessità che non può essere ignorata o sottovaluta nella regione a più elevata pericolosità sismica del Bel Paese e con tutti i comuni classificati nelle due zone a maggiore pericolosità sismica. Dove più di 1.500 edifici scolastici sono localizzati nei 261 comuni classificati nella Zona 1 più pericolosa dove possono verificarsi fortissimi terremoti.

E dove la vulnerabilità sismica di tantissime scuole è stata accertata già prima dell’introduzione delle più restrittive Norme Tecniche per le Costruzioni vigenti dal 2008. E’ vero che non è possibile prevedere dove e quando avverrà il prossimo terremoto ma è da irresponsabili agire come se non accadrà mai più una forte scossa come le tante che nei secoli scorsi hanno già colpito tutti i 409 comuni della regione. D’altra parte, nelle stesse scuole non mancano i libri con dati e testimonianze che documentano le distruzioni e i morti provocati in tutti i comuni calabresi da terremoti come quelli del 1638, del 1783, del 1905 e del 1908. Come non mancano le disponibilità per accedere ai dati dei più recenti studi e pubblicazioni scientifiche sull’assetto geodinamico e sui vari processi di evoluzione geologica in atto nel territorio calabrese. Dati utili per il recupero della memoria storica, la comprensione dei rischi ai quali si è esposti e agire per prevenire. L’inidoneità sismica dei vari edifici scolastici dei 409 comuni calabresi è documentata ad incominciare dal 1999 nella “Graduatoria della Vulnerabilità” del noto e dettagliato “Rapporto Barberi” e nelle successive analisi e approfondimenti pubblicati nel 2005 in due volumi denominati “Inventario e vulnerabilità degli edifici pubblici e strategici dell’Italia centro-meridionale” e “Analisi di vulnerabilità e rischio sismico” dell’Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia e Gruppo Nazionale per la Difesa dai Terremoti”. Da questi documenti scientifici è emerso: che il 74% degli edifici scolastici della regione è stato classificato a vulnerabilità alta e medio-alta; e, in particolare che ben 1.221 scuole sono state incluse nella classe ad alta vulnerabilità mentre 1.736 in quella a medio-alta vulnerabilità.

Documenti da riportare alla luce e che stimolano domande come ad esempio: in quali di queste scuole sono stati realizzati i necessari lavori di adeguamento sismico? E quante scuole classificate vulnerabili continuano ad essere riempite da alunni e docenti senza essere state messe in sicurezza sismica? Una risposta indiretta a questa domanda si trova nei dati di recente pubblicati sul sito web “Bando adeguamento sismico di edifici scolastici” della Regione Calabria dove sono indicate le 330 domande di adeguamento sismico, prevalentemente di scuole elementari e medie, presentate entro aprile 2017. Sempre tra i dati di questo primo Bando regionale finanziato con 30 milioni di fondi POR è anche significativo il numero limitato, solo 20, delle domande ammesse a finanziamento.  Lo stesso sito evidenzia che dopo questa prima tranche di interventi,  nel programma di finanziamenti per l’adeguamento sismico delle scuole che la Regione ha avviato, è prevista l’utilizzazione: di risorse del PON FESR 2014-2024 in corso di attivazione da parte del MIUR (oltre 53 milioni di euro finanziati alla Regione Calabria); di fondi del piano nazionale 2018-2020 nel cui riparto alla Regione Calabria saranno assegnate oltre 70 milioni di Euro;  e risorse finanziarie rese disponibili nell’ambito delle strategie Agenda Urbana e Aree Interne del POR Calabria FESR 2014-2020. A questi positivi segnali e di attenzione per l’adeguamento sismico degli edifici scolastici  non si accompagnano analoghi e adeguati segnali da parte dei Ministeri competenti e dei comuni e delle Province calabresi.La rilevanza di risorse e attività richieste, per mettere a norma tutti gli edifici non adeguati ai vigenti standard sismici, emerge considerando il numero di scuole non antisismiche: 879 nella Provincia di Cosenza, 514 nella Provincia di Reggio Calabria, 466 nella Provincia di Catanzaro, 263 nella Provincia di Catanzaro e 219 nella Provincia di Crotone. Un numero poco considerato nella ripartizione nazionale dei fondi per gli interventi di adeguamento strutturale e antisismico come si rileva sia nella pagina web “Sicurezza degli edifici scolastici” della Protezione Civile nazionale, sia nei dati e grafici pubblicati da “ItaliaSicura.Scuole” come quello sulle “Risorse totali di finanziamento per regione con confronto numero di edifici”.  Sulla inadeguata attenzione degli amministratori locali, ad esempio, è da evidenziare che molte decine di comuni calabresi non dispongono del necessario Piano di Emergenza di Protezione Civile. E che tutti i cittadini dei 409 comuni della regione non vengono adeguatamente informati su contenuti e aggiornamenti dei Piani di Protezione Civile comunali e non sono coinvolti nelle necessarie e continue attività di esercitazione da realizzare.  Com’è da evidenziare la limitata attenzione delle Province per i bandi regionali per l’adeguamento sismico degli edifici scolastici, per i finanziamenti per l’edilizia scolastica disponibili dallo sblocco del patto di stabilità interno e per la progettazione di scuole nei Comuni che sorgono in Zona sismica 1.Permane la necessità di non oscurare la realtà dei tanti giovani e adulti che frequentano aule di edifici scolastici non idonei a resistere a scosse sismiche come quelle che nel passato hanno colpito i territori che ospitano le stesse scuole. E di continuare ad informare anche per favorire la crescita e diffusione della necessaria cultura della prevenzione. E, soprattutto c’è l’urgente necessità di agire per la messa in sicurezza delle scuole e per evitare la perdita di vite umane a seguito di inevitabili eventi naturali come i terremoti“- Scrive in una nota il Geologo Mario Pileggi del Consiglio Nazionale Amici della Terra.

Fonte: StrettoWeb.

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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4099Mon, 18 Sep 2017 00:00:00 GMT
CONCLUSO IL CORSO GEMAN 2017 SULLA MANUTENZIONESi è concluso ieri il corso della Sapienza in Gestione della Manutenzione Industriale e degli Asset Tecnici - GeMan.


Il corso, organizzato insieme al CNIM e inserito nell'offerta formativa della Sapienza fra i corsi di formazione e alta formazione, era iniziato lo scorso giugno e si è concluso ieri, dopo la pausa estiva, con la presentazione dei 7 project work di gruppo da parte dei 32 allievi provenienti da aziende e università.

La prossima edizione è prevista nel prossimo Anno Accademico 2017-'18.




https://web.uniroma1.it/corsogeman/

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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4098Thu, 14 Sep 2017 00:00:00 GMT
CHE COSA SA FARE L'ITALIAL'economia del nostro paese sembra avere smarrito la capacità di accrescere reddito ed efficienza produttiva. Perché?

Il direttore generale di Bankitalia, Salvatore Rossi, e una professoressa di Politica economica di Roma Tre, Anna Giunta, hanno raccolto una serie di spunti per raccontare la storia recente dell’Italia attraverso le cose che il nostro paese sa fare. Un popolo, un paese, scrivono Rossi e Giunta, è in larga parte ciò che sa fare e raccontare ciò che il nostro paese sa fare può...

Gli autori mettono a fuoco alcune variabili chiave dell'economia italiana: chi genera ricchezza; che cosa, dove e come si produce; quali sono i problemi di molte imprese, familiste, poco produttive, scarsamente innovative; quali i punti di forza della nostra competitività internazionale.

Far nascere nuovi imprenditori, convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini della famiglia, premiare il coraggio e l'inventiva, disincentivare le rendite di posizione devono essere gli impegni prioritari della politica economica oggi in Italia. Suscitare attese favorevoli e lavorare per la loro realizzazione potrebbe liberare le energie di cui il nostro paese resta ricco.

Dettagli prodotto

Per far recuperare all’economia italiana le posizioni perdute, bisogna innanzitutto mettere le nostre imprese nelle condizioni di aumentare la loro dimensione media. Che non significa che tutte debbano farlo, chiariamo subito. Alcune di loro, quelle che ne hanno la concreta possibilità di mercato, devono poter crescere molto, saltando nella categoria dimensionale superiore: grande, se stanno nella media; media, se stanno nella piccola. Questo al momento non avviene, o avviene in misura insufficiente.

Ma perché la dimensione media delle imprese italiane è asfittica e statica? Sono fenomeni connaturati col paese, con la sua società, con la sua storia? Forse no, visto che sono relativamente recenti: fino a tutti gli anni Sessanta l’Italia vantava numerose grandi imprese, che sono poi morte o si sono rimpicciolite. Forse, invece, dipende da fattori che stanno intorno alle imprese, questi sì parte integrante della storia nazionale: l’ordinamento giuridico e le condizioni che ne discendono (legalità, concorrenza, efficienza della pubblica amministrazione); il sistema d’istruzione. E forse dipende anche dalla struttura finanziaria del paese, con la forte dominanza delle banche.

Sono conferme di situazioni già osservate e dibattute in passato, anche se noi le scioriniamo tutte insieme in modo che formino un quadro organico. Ma la novità relativa è che, nella lunga recessione nel frattempo intervenuta, un pezzo della nostra economia ha incredibilmente retto sotto il fuoco incrociato e talvolta amico, internalizzando le diseconomie di un paese senza: senza fattori abilitanti di sistema. È la nostra eccellenza, ma un’eccellenza parziale e confinata, che non fa “standard”. Le imprese vincenti sono diventate tali nonostante il paese, le perdenti a causa di esso.

La novità è relativa perché parliamo di fenomeni già emersi prima della crisi, proprio per l’agire selettivo dai “fattori abilitanti”. Ma la lunga recessione li ha fatti esplodere, per l’operare di una classica selezione darwiniana: le imprese meno produttive sono uscite dal mercato, sono sopravvissuti i migliori.Veniamo allora al ruolo delle politiche pubbliche. È un ruolo davvero importante, val la pena di ripeterlo. Un’importanza che va al di là della superficiale convinzione che pure c’è nell’opinione pubblica. Il fatto è che a impedire alle imprese, o almeno a quelle che già potrebbero, di fare un salto dimensionale, quindi di diventare meno familiste, più produttive, più innovative, sono fattori in larga parte sotto il controllo delle autorità pubbliche. Fattori abilitanti di sistema, ma anche incentivi/disincentivi che influiscono sul comportamento dei singoli imprenditori.

In altri termini ci vuole quella che J.F. Kennedy in un suo discorso di oltre mezzo secolo fa definì “l’onda che solleva tutte le barche”: trasposto nell’Italia di oggi, una politica organica che migliori il clima generale entro cui gli imprenditori e le imprese vivono. La prima e più importante riforma riguarda l’ordinamento giuridico. Essa non concerne solo le norme che regolano il funzionamento della macchina giudiziaria o anche tutta la pubblica amministrazione, ma proprio l’intero impianto giuridico. Che va reso più coerente con il funzionamento di un’economia moderna, delle imprese, dell’efficienza.

È una riforma che non costa nulla alla finanza pubblica, anzi probabilmente consente sostanziosi risparmi di spesa pubblica. Eppure è una riforma difficilissima in questa fase storica di riflusso oscurantista anti-mercato e anti-efficienza. Vi si oppongono non solo la maggioranza degli addetti ai lavori – avvocati, magistrati, operatori del diritto di ogni specie – ma vasti strati di popolazione, ciascuno badando alla protezione che a volte un tale ordinamento gli offre, ma senza affatto tenere in considerazione i costi che esso impone a tutti. Una riforma possibile solo dall’interno della professione giuridica, a opera di persone illuminate, che certo non mancano.

Qualche calcinaccio del vecchio intonaco è caduto in questi ultimi anni, con le faticose e pur incomplete riforme della giustizia e della pubblica amministrazione; questo dà speranza per il futuro. Ne discenderebbe ogni progresso possibile sui fronti della legalità, della concorrenza fra i produttori e i distributori privati sul mercato, della efficienza delle amministrazioni pubbliche. Il sistema che produce le norme e la loro applicazione è l’istituzione-chiave di un paese moderno e avanzato. Ma viene costruito nel corso di secoli, sicché farlo evolvere in accordo coi tempi è difficile, il peso delle decisioni collettive del passato è gravoso, vi si frappongono inerzie culturali e ideologiche, resistenze psicologiche, la difesa di interessi soggettivi.

Si tende a restare sul sentiero conosciuto (path-dependence), almeno finché l’occorrere, o il timore, di una catastrofe non faccia coagulare le energie della società e le convogli verso la scoperta di un sentiero nuovo. La seconda riforma che invochiamo riguarda il sistema di istruzione. L’Italia si caratterizza per un livello d’investimento pubblico in istruzione tra i più bassi tra i paesi Ocse. Anche da tale sottoinvestimento dipendono i macrofenomeni che vengono normalmente discussi quando si parla dell’università italiana: il basso numero di laureati e l’alto tasso di abbandono. Questi determinano una parziale inadeguatezza dell’offerta di lavoro, in termini di capitale umano idoneo per un’economia moderna e avanzata.

D’altro canto, le imprese che dovrebbero domandarlo non sono, in realtà, quasi mai attrezzate a riconoscerne i diversi gradi di qualità, a richiederlo, ad assegnargli il giusto compenso. Occorre dunque investire in istruzione, adottando una visione lunga, ma occorre anche intervenire su quelle caratteristiche di impresa che ostacolano lo sviluppo di una domanda di personale più istruito. E qui veniamo a quell’insieme di politiche che un tempo si sarebbero dette “industriali”, larga parte delle quali di carattere orizzontale. Sono politiche quasi tutte costose per l’erario, quindi esigono uno spostamento di risorse pubbliche da altri usi meno produttivi, il che non è politicamente banale.

Sono misure volte a favorire la Ricerca & Sviluppo nelle imprese, ad attenuare i costi di transazione internazionale, a incentivare gli investimenti privati e l’attrazione di investimenti esteri, ad agevolare l’apertura al controllo esterno delle imprese familiari, a favorire lo spostamento del lavoro, ma soprattutto del capitale, verso impieghi più efficienti; di quest’ultimo capitolo fanno parte misure per migliorare la governance nelle banche e per favorire la presenza nella struttura finanziaria di intermediari diversi dalle banche, più adatti a far crescere le imprese.

Alcune di queste misure sono state già parzialmente prese, si tratta innanzitutto di sospingerne l’attuazione. Gli errori, quando non i fallimenti, di attuazione svuotano di efficacia anche il migliore degli interventi pubblici. Perché essi abbiano un impatto adeguato sul sistema economico occorre ciò che da tempo si sa e si auspica e, purtroppo, non si pratica: obiettivi ben definiti (soggetti dunque alla possibilità di valutazione ex post della propria efficacia); un assetto istituzionale che garantisca un congruo stanziamento di risorse; un orizzonte temporale di medio periodo; regole semplici e certe per le imprese; pochi e stabili interlocutori istituzionali.  

Poi bisogna proseguire lungo la direzione intrapresa. L’effetto congiunto di politiche nazionali ed europee (i fondi strutturali europei di Horizon 2020, il programma Cosme di sostegno alle piccole e medie imprese, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, il Piano Junker) può davvero contribuire ad alzare lo standard produttivo della nostra economia. Naturalmente, per ottenere risultati concreti occorre una maggioranza politica stabile, un governo nella pienezza dei suoi poteri, un programma di governo chiaro e organico. Il referendum popolare del 4 dicembre 2016, che ha rigettato la riforma costituzionale a suo tempo approvata dal Parlamento, ha reso
ancora più problematico raggiungere pienamente quelle condizioni, almeno per quanto ci è dato capire in questo scorcio del 2016.

In futuro, qualunque cosa succeda, si confermerà la centralità dell’evoluzione tecnologica. Ne è esempio l’annunciata quarta rivoluzione industriale, detta Industria 4.0. Anche in Italia una strada è stata tracciata: nell’autunno del 2016 è stato presentato dal governo un piano nazionale per la digitalizzazione del sistema produttivo italiano attraverso interventi infrastrutturali e incentivi agli investimenti, proprio per non mancare l’occasione della quarta rivoluzione industriale avendo perso, nella seconda metà degli anni Novanta, le opportunità della terza, quella delle tecnologie della informazione e della comunicazione.

Ciascuna nazione ha un volto preciso nell’immaginario collettivo del mondo. Un volto modellato nei secoli, a volte deformato dagli stereotipi, ma fondamentalmente corrispondente a ciò che quella nazione ha saputo fare fino a quel momento. Il volto dell’Italia è bello, sorridente, ma un po’ fané, un po’ flaccido. È sempre stato così nei secoli, almeno dal Rinascimento. Non è l’età a renderlo poco tonico, non c’entra l’invecchiamento demografico che è fenomeno al massimo dell’ultimo mezzo secolo. È il buon vivere, almeno quello che ci viene attribuito. Il clima dolce, la buona cucina, l’abitudine alla bellezza. Non sono qualità che aiutano un volto a mantenersi fresco e volitivo, ma lo rendono certo seduttivo.

Anche le cose che l’Italia sa fare o sa vendere sono così, nella convinzione profonda del mondo che le compra: belle, affascinanti, poetiche, non sempre affidabili, a volte un po’ fané. Auto, moda, cibo, film (negli anni Sessanta), luoghi. Se un emiro mediorientale vuole un’auto di lusso confortevole e affidabile compra una macchina tedesca, se vuole togliersi uno sfizio compra una Ferrari. Se un’infermiera slovacca vuole migliorare il suo tenore di vita compra un elettrodomestico tedesco, se sogna un momento di spensieratezza pensa a una vacanza in Italia.

Come si confronta questo riflesso condizionato di psicologia collettiva con la realtà dei fatti? I soggetti privati italiani che producono e vendono sul mercato beni e servizi, cioè le imprese, da quelle micro fatte di una persona sola a quelle macro con centinaia di migliaia di dipendenti, che cosa sanno fare? Soddisfano i desideri degli acquirenti, innanzitutto dei loro connazionali, poi dei clienti di tutto il mondo? A questi interrogativi ha cercato di rispondere questo libro, con analisi, fatti, dati. Metodi da economisti, quindi, i più rigorosi
possibili, ma usati alla fine per rispondere a una domanda che trascende l’economia: perché il nostro paese si è come ripiegato su se stesso da un quarto di secolo e che prospettive ci sono di rimetterlo in carreggiata?

La risposta che abbiamo dato è che l’Italia sa ancora “inventare cose nuove che piacciano [...] e che si vendano fuori dei confini”, per dirla con Cipolla, ma questa capacità si è ristretta a un pugno di imprese di avanguardia. Si è aperto un “grande golfo” fra imprese vincenti e perdenti. Manca uno standard diffuso di buona qualità, innovatività, appetibilità dei beni e dei servizi prodotti, come quello che viene attribuito, ad esempio, alla Germania. Per crearlo, o ricrearlo, bisogna che un numero non piccolo di imprese venga messo nelle migliori condizioni ambientali possibili per crescere e trasformarsi. Questa è l’agenda necessitata di qualunque governo si ponga il problema di scongiurare il declino storico della nazione.

Far nascere nuovi imprenditori, convincere quelli che ci sono a far crescere le loro imprese, separandole dai destini della famiglia, premiare il coraggio e l’inventiva, disincentivare le rendite di posizione, questo è l’impegno prioritario della politica economica oggi nel nostro paese. Sgonfiare l’ipertrofia fiscale e normativa, raddrizzare i labirinti procedurali di cui è disseminato il cammino di chi intraprende, ci farebbe scalare tante posizioni nelle classifiche internazionali del “fare impresa”; avvierebbe un circuito di attese favorevoli che poi si autorealizzano; libererebbe le energie di cui il nostro paese resta ricco.


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4097Wed, 13 Sep 2017 00:00:00 GMT
ERRORI MEDICI: NUOVA LEGGE E OBBLIGO DEL CENTRO PER IL RISCHIO CLINICOIl Parlamento ha definitivamente approvato la Legge n. 24 del 8 marzo 2017 "Disposizioni in materia di sicurezza delle cure e della persona assistita, nonché in materia di responsabilità professionale degli esercenti le professioni sanitari".

L'atto, tra l'altro, prevede che il medico che provoca un danno a un paziente per imperizia non sarà penalmente punibile per colpa se ha rispettato le linee guida e le buone pratiche assistenziali.

Se da una parte si alleggerisce la pressione esercitata dal timore di conseguenze penali per i camici bianchi, riducendo di conseguenza la medicina difensiva, dall'altra si cercano di accelerare e rendere più sicuri i risarcimenti nei confronti dei pazienti vittime di malasanità ed errori vari in corsia e negli ambulatori.

Il passaggio chiave della legge sta nell'articolo 6, intitolato "Responsabilità penale dell'esercente la professione sanitaria" e destinato ad inserire una nuova norma nel codice penale nella quale appunto si prevede che chi rispetta le buone pratiche e le linee guida non è punibile se ha agito per imperizia (lo resta se lo ha fatto per imprudenza e negligenza e nei casi, rarissimi, di dolo).
Dal punto di vista civile, la responsabilità del medico diventa “extracontrattuale”, cosa che obbliga la persona che ha subito un danno in ospedale a dimostrare la colpa di chi l’ha curata.
La responsabilità della struttura sanitaria, però, resta “contrattuale”, e quindi in questo caso spetta all’ospedale o alla Asl provare di non avere responsabilità.
In questo modo il cittadino può rifarsi prima di tutto sul soggetto economicamente più solido, cioè la struttura pubblica.
 
Nella Legge prevede anche l’obbligo di tentare una conciliazione stragiudiziale prima di finire davanti a un tribunale.

Grazie alla legge diventa inoltre parte integrante del diritto alla salute e si promuove in tutte le strutture sanitarie la nascita di un centro per il rischio clinico, che valuti appunto gli errori dei professionisti e adotti politiche per individuarli e soprattutto prevenirli.
Le strutture sanitarie, tra l'altro, da ora in avanti saranno tenute a fornire ai pazienti la documentazione clinica da loro richiesta entro 7 giorni.

Nella Legge si legge: Le strutture sanitarie pubbliche e private rendono disponibili, mediante pubblicazione nel proprio sito internet, i dati relativi a tutti i risarcimenti erogati nell'ultimo quinquennio, verificati nell'ambito dell'esercizio della funzione di monitoraggio, prevenzione e gestione del rischio sanitario (risk management) di cui all'articolo 1, comma 539, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, come modificato dagli articoli 2 e 16 della presente legge.

E al comma 538 della Legge 208/2015 si legge:
Per la realizzazione dell'obiettivo tutte le strutture pubbliche  e  private  che  erogano prestazioni sanitarie attivano un'adeguata funzione di  monitoraggio,
prevenzione e gestione del rischio sanitario (risk  management),  per l'esercizio dei seguenti compiti:
    a)  attivazione  dei  percorsi  di  audit  o  altre   metodologie finalizzati allo studio dei processi interni e delle criticita'  piu'  frequenti, con segnalazione anonima del quasi-errore e analisi  delle possibili attivita' finalizzate alla messa in sicurezza dei  percorsi sanitari.  Ai  verbali  e  agli  atti  conseguenti  all'attivita'  di gestione aziendale del  rischio  clinico,  svolta  in  occasione  del verificarsi di un evento avverso, si  applica  l'articolo  220  delle norme di attuazione, di coordinamento e  transitorie  del  codice  di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28  luglio  1989,  n. 271;
    b) rilevazione  del  rischio  di  inappropriatezza  nei  percorsi diagnostici e terapeutici e facilitazione dell'emersione di eventuali attività di medicina difensiva attiva e passiva;
    c) predisposizione e attuazione di attivita' di sensibilizzazione e formazione continua del personale finalizzata alla prevenzione  del rischio sanitario;
    d) assistenza tecnica verso gli  uffici  legali  della  struttura sanitaria nel caso di contenzioso e nelle attivita'  di  stipulazione di   coperture   assicurative   o   di    gestione    di    coperture auto-assicurative.

L'attività di gestione del rischio sanitario e' coordinata da personale   medico   dotato   delle   specializzazioni   in   igiene, epidemiologia e sanita' pubblica o equipollenti ovvero con comprovata esperienza almeno triennale nel settore.




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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4096Mon, 11 Sep 2017 00:00:00 GMT
LA VERIFICA DEGLI ELETTROMEDICALI: SANZIONI PESANTI A CHI NON OTTEMPERA

Il notevole sviluppo tecnologico delle apparecchiature elettromedicali ha certamente apportato grandi benefici, ma non dimeno ha contribuito a creare, all'interno delle strutture sanitarie, particolari problemi per la salvaguardia del personale, pazienti e operatori, da rischi di natura soprattutto elettrica. Infatti, le apparecchiature elettromedicali vengono a contatto con il corpo umano superando le normali barriere fisiologiche. Pertanto, la corrente elettrica assume valori pericolosi anche a livelli considerevolmente più bassi di quelli previsti per le normali apparecchiature elettroniche I rischi di natura elettrica ai quali possono essere sottoposti i pazienti e gli operatori, in caso di contatti diretti e indiretti,sono: macroshock e microshock (es. pazienti sottoposti a cateterismo cardiaco o anche a semplici esami con sonde o altri elementi che operano internamente e vicino al cuore). Da ricordare che, in funzione dell’intensità della corrente elettrica, gli effetti fisiopatologici provocati sull’uomo sono: Tetanizzazione, Arresto della respirazione, Fibrillazione ventricolare e Ustioni.

La sicurezza e la verifica delle apparecchiature elettromedicali è normata dalla CEI 62-5 e dalla CEI 62-148. Per garantire nel tempo il mantenimento delle condizioni di sicurezza delle apparecchiature occorre eseguire le verifiche di sicurezza elettrica con periodicità ben definite. Le norme non stabiliscono un intervallo fisso delle verifiche rimandando a quanto stabilito dal costruttore dell'apparecchiatura. Laddove non fossero fornite informazioni sulla periodicità, si può procedere secondo quanto già descritto dalla norma CEI 62-122 “Guida alle prove di accettazione ed alle verifiche periodiche di sicurezza e/o di prestazione dei dispositivi medici alimentati da una particolare sorgente di alimentazione”, ovvero che il datore di lavoro è obbligato ad effettuare le verifiche di sicurezza, nel caso di locali chirurgici o assimilati, almeno una volta l'anno, e almeno ogni due anni in tutti gli altri locali. Inoltre, si fa obbligo di effettuare verifiche straordinarie in caso di intervento di riparazione dell'apparecchio elettromedicale o di modifica di una o più sue parti.

Qualsiasi operatore sanitario che per svolgere la propria attività utilizzi dispositivi elettromedicali ha il preciso dovere di far verificare le proprie attrezzature. Oltre ad essere necessarie per la sicurezza dei pazienti, le verifiche elettriche periodiche su apparecchi elettromedicali sono obbligatorie in base al D.Lgs. 81/08 (Testo unico sulla sicurezza sul lavoro) poiché tali dispositivi, utilizzati da personale medico sono, a tutti gli effetti, attrezzature da lavoro e, di conseguenza, la legge obbliga il datore di lavoro (titolare della struttura o responsabile sanitario) a programmare tali verifiche.

Sono soggetti alle normative tutte le strutture sanitarie in cui sono presenti elettromedicali quali, per esempio: studi odontoiatrici, ambulatori medici, case di cura, centri di diagnostica medica, case di riposo, laboratori analisi, locali adibiti ad uso medico all’interno di altre strutture (es.infermierie), cliniche, ospedali, centri estetici.

Le sanzioni previste in caso di mancata ottemperanza agli obblighi di legge previsti dal T.U. 81/08 sono l’arresto da tre a sei mesi o ammenda da € 1.549,37 a € 4.131,66. Tali sanzioni, essendo di carattere penale, si applicano a tutte le persone dell’azienda responsabili penalmente (per es. tutti i soci delle s.p.a., srl, snc, tutti i soci accomandatari delle sas e l’amministrazione).


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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4095Thu, 07 Sep 2017 00:00:00 GMT
ASCENSORI: RITIRATE LE NORME UNI EN 81-1 E UNI EN 81-2Il 31 agosto scorso le norme tecniche sugli ascensori UNI EN 81-1 e UNI EN 81-2 sono state ritirate e pertanto cessano di avere lo status di norme armonizzate e quindi, da quella data, non forniranno più la presunzione di conformità ai Requisiti Essenziali di Salute e Sicurezza (RES) obbligatori per immettere sul mercato europeo un ascensore ai sensi della Direttiva Ascensori 2014/33/UE. Dal 01 settembre 2017 solamente la norma UNI EN 81-20 (pubblicata come norma europea il 06/08/2014) potrà fornire la presunzione di conformità ai RES della Direttiva Ascensori 2014/33/UE. Più in concreto ciò significa che gli Organismi Notificati, dal 01 settembre 2017, potranno certificare ascensori installati in conformità alla norma UNI EN 81-20 mentre non potranno più certificare impianti installati in conformità alle norme UNI EN 81-1 e UNI EN 81-2.

Alla fine dello scorso anno le associazioni europee dei produttori e installatori di ascensori ELA e EFESME insieme al gruppo di coordinamento europeo degli Organismi Notificati per gli ascensori NB-Lift, hanno scritto una lettere alla Commissione Europea rilevando che, dopo il 31 agosto 2017, potrebbero esserci impianti ascensore commissionati secondo le norme tecniche ritirate ma ancora non completati ovvero per i quali non è stato possibile eseguire l’esame finale (c.d. “collaudo”) chiedendo come ci si sarebbe dovuto comportare dal 01 settembre in poi. A tutt’oggi non risulta esserci stata una risposta della Commissione Europea a questa domanda; neanche all’ultima riunione di NB-Lift del 31 maggio 2017 a Bucarest si è avuta una replica che probabilmente, a questo punto, sarà difficile che ci sarà.

Alla luce di quanto sopra, a partire dal 01 settembre 2017, gli installatori che vorranno presentare all’esame finale i propri impianti e che vogliono utilizzare le norme tecniche armonizzate per poter usufruire della presunzione di conformità che esse forniscono, dovranno garantire la conformità dei loro prodotti alla norma tecnica UNI EN 81-20 e, per quanto applicabile, alla UNI EN 81-50.

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http://www.cnim.it/cnimnm/manutenzione/?z=48&a=4094Mon, 04 Sep 2017 00:00:00 GMT