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OLTRE SANREMO, LA TESLA NELLO SPAZIO: IMMAGINE DEL 2018
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martedì 20 febbraio 2018

Le grandi imprese richiedono tempo. Era il 2011 quando Elon Musk, da molti definito “il nuovo Steve Jobs” (noi ne avevamo parlato qui, intervistando un suo “adepto”, e qui, paragonandolo a Iron Man) annunciò i piani per la costruzione del suo razzo Falcon Heavy, affermando che entro due anni sarebbe stato tutto pronto per il lancio. Di anni però ce ne sono voluti sette (che non sono comunque poi tanti, per un’impresa del genere): il lancio del razzo più grande e potente del mondo, infatti, è avvenuto solo ieri, martedì 6 febbraio 2018, entusiasmando i media di tutto il mondo.

Ci sono persone che raggiungono i loro obiettivi dopo anni di fatica e sacrifici e altre per le quali il successo sembra esistere in quanto semplice conseguenza del loro lavoro, come se riuscire in tutto quello che fanno fosse una sorta di attributo naturale. Elon Musk fa sicuramente parte del secondo gruppo. Nato a Pretoria (Sudafrica) da madre modella e dietologa e padre ingegnere elettromeccanico, a 32 anni Musk già vendeva la sua PayPal a eBay mettendosi in tasca 165 milioni di dollari. Leggenda narra che abbia imparato la programmazione da autodidatta e che a soli 12 anni abbia venduto il codice di un videogioco chiamato Blastar alla rivista PC and Office Technology per circa 500 dollari. Tutto questo mentre veniva preso di mira dai bulli, che in un’occasione lo picchiarono fino a fagli perdere conoscenza (dovettero ricoverarlo all’ospedale).

Oggi Musk ha 46 anni, è padre di cinque figli e ha due divorzi alle spalle. Tra le altre cose, ha fondato Tesla e rivoluzionato il settore spaziale. Nata nel 2003 grazie anche ai finanziamenti dei due fondatori di Google (Sergey Brin e Larry Page), nel 2006 la Tesla presentò i primi prototitpi della Roadster, la prima auto sportiva elettrica entrata in produzione nel 2008. L’anno scorso ha raccolto quasi 400mila prenotazioni (1.000 dollari l’una) per la Model 3, la prima utilitaria. L’esigenza di coprire il fabbisogno di batterie per le auto elettriche ha portato Musk a buttarsi anche nel campo energetico: con l’aiuto di Panasonic ha aperto in Nevada la Gigafactory, oggi la fabbrica di batterie più grande del mondo.

Come ci si deve sentire quando tutto quello che fai funziona e ogni tua idea si rivela un successo? Nelle condizioni di Musk, probabilmente tutti punteremmo allo spazio, perlomeno col nostro ego. Ma lui all’universo è appassionato da sempre: già nel 2002 (4 anni prima di Tesla) fondava la Space Exploration Technologies Corporation (SpaceX). A poco più di una quindicina d’anni dalla sua nascita, i traguardi della SpaceX sono già tantissimi: dal primo razzo a propellente liquido che ha raggiunto l’orbita (Falcon 1 volo 4 – 28 settembre 2008), all’atterraggio del primo stadio di un razzo su una piattaforma autonoma nell’oceano (Falcon 9 – 8 aprile 2016). E poi il lancio storico del 30 marzo 2017. Dalla base Nasa di Cape Canaveral, in Florida, la SpaceX rimandò nello Spazio un razzo Falcon 9 parzialmente riciclato. Un evento importantissimo perché il primo ad accogliere e rilanciare la sfida di ridurre i costi delle missioni spaziali, introducendo nella storia la possibilità di utilizzare razzi di seconda mano. Dopo il lancio, il primo stadio riatterrò per la seconda volta (la prima nel 2006) nell’Oceano Atlantico, sulla piattaforma galleggiante “Of Course I Still Love You”. Una volta nello spazio il Falcon 9 mise in orbita l’Ses-10, un satellite di un’agenzia lussemburghese che aveva il compito di portare frequenze tv  in alcune aree del Centro e Sudamerica e nei Caraibi.

Molto più poetico, come abbiamo visto nelle immagini che circolano per il web, il contenuto del Falcon Heavy: un’automobile Tesla Roadster rossa da 100mila dollari, diretta verso l’orbita di Marte. Come lascia intendere il suo nome, il Falcon Heavy è un lanciatore spaziale super pesante che consiste in un Falcon 9 più due booster laterali derivati dal primo stadio del Falcon 9 stesso. Come ogni grande star, si è fatto attendere a lungo: il lancio doveva avvenire all’1:30 pm, ma è stato rinviato a causa dei forti venti in quota. Il conto alla rovescia è stato ripreso alle 3:45 pm. I dipendenti di SpaceX hanno assistito al lancio, tra grida di giubilo e lacrime di commozione. Tutto ha funzionato come previsto. O quasi, visto che il core centrale del Falcon si è schiantato in acqua a 100 metri dalla piattaforma galleggiante su cui sarebbe dovuto atterrare a causa di un problema ad alcuni dei motori che non si sono accesi correttamente. Ma questo è solo un piccolo dettaglio. Quel che conta sono le immagini della Tesla Roadster diretta verso l’orbita di Marte intorno al Sole: la prima automobile della Storia ad andare nello spazio.

 

Su Youtube è possibile riguardare il video delle 4 ore e 39 minuti di streaming del viaggio dell’automobile nello spazio. Tra i commenti c’è chi si emoziona e ringrazia Elon chiamandolo per nome («sono felice di essere vivo in questo momento storico e di poter vedere tutto questo!») e chi si dimostra estremamente scettico e crede di riconoscere una messa in scena (niente di nuovo, ce lo insegna la teoria del complotto lunare). E a proposito di allunaggio: il lancio del Falcon Heavy potrebbe essere il primo passo del suo piano per portare l’umanità su Marte, come raccontava Verge in un articolo del 2016. Così Musk aveva spiegato il suo progetto: «In breve tempo una navicella spaziale potrà arrivare su Marte e, da quel momento, le persone vi si insedieranno per vivere come su una seconda Terra».

Il sistema alla base del progetto di Musk avrebbe previsto un razzo e una navicella, la Heart of Gold (dalla Guida galattica per gli autostoppisti). L’idea era quella di inviare su Marte circa cento persone per volta, con la speranza di aumentare il numero fino a duecento per rendere il “biglietto” più economico, facendolo scendere a 200 mila dollari. Il programma: una volta che Heart of Gold sarà in orbita, il razzo si staccherà per tornare sulla Terra nel giro di 20 minuti. Dopo essere riatterrato, verrà caricato con una cisterna di propellente che rifornirà la navicella in orbita. Giunta su Marte, la navicella verrà usata dalla colonia: il team di Musk stima ci vorranno dai 40 ai 100 anni per arrivare a una civiltà autosufficiente sul pianeta. Un progetto che, visto il successo dell’ultima missione, potrebbe non sembrare poi così assurdo.

Ancora non sappiamo se Musk ci regalerà la possibilità di abbandonare questo pianeta e concederci un nuovo, entusiasmante, inizio su Marte. Di sicuro, con la sua spavalderia visionaria, ci ha regalato un’immagine pazzesca, che resterà nella storia. Chi avrebbe mai potuto pensarla, a parte il regista di un pacchiano video pop? Un’automobile rosso fiammante galleggia nello spazio. Al voltante c’è una tuta spaziale con cintura di sicurezza. Sullo sfondo l’enorme palla azzurra del pianeta Terra. Tutto è curato nel dettaglio. Non solo la scritta “Don’t panic!” stampata sul cruscotto dell’auto (sempre dalla Guida galattica per gli autostoppisti): gli altoparlanti trasmettono “Life on Mars?” (doveva essere “Space Oddity”, poi hanno cambiato idea) di David Bowie. È difficile decidere se si tratti del simpatico gesto di un gruppo di studiosi per divertirsi durante un’importante e difficile impresa spaziale o di una geniale pubblicità della Tesla Roadster: e se tutto questo fosse davvero un wagneriano, ambiziosissimo spot pubblicitario? Certo, l’operazione avrebbe potuto benissimo funzionare come opera d’arte: basta guardare il video per empatizzare con l’immensa, siderale solitudine della tuta spaziale vuota.

«Apparently, there is a car in orbit around Earth», twittava ieri tutto felice l’artefice di quest’incredibile scena. «Sembra un lavoro di Photoshop venuto male», ha scritto Bonnie Malkin sul Guardian. «Invece è tutto vero: la foto è stata trasmessa per gentile concessione dell’ego di Elon Musk». Secondo Malkin l’automobile rossa che vaga nello spazio è l’immagine del 2018: unisce la pazzia al genio, e nella sua goffa poesia, rispecchia un desiderio di fuga condiviso. «La vita sulla Terra ci sembra precaria, quindi guardiamo alle stelle».

Fonte: Riva Studio

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