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CRISI: FRA CATASTROFISTI E OTTIMISTI, I DATI
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lunedì 8 marzo 2010
L'economia Usa rallentera' il passo ma la Fed non vede il rischio di recessione ne' di ritornare alla 'stagflazione' degli anni '70.
Lo ha detto il numero uno della banca centrale Usa, Ben Bernanke, nel corso di un'audizione al Congresso, sottolineando che l'economia americana riprendera' a crescere a un tasso "piu' ragionevole" dalla prossima primavera.

Era il Novembre del 2007, la grande crisi doveva ancora manifestarsi in tutta la sua entità, ma già gli esperti e le fonti autorevoli facevano a gara per rassicurare i mercati.

Sul versante opposto si scatenavano coloro che preannunciavano gli scenari più catastrofici.
Questi ultimi sostennero che la crisi fosse sistemica, che la caduta fosse irreversibile, che grandi sconvolgimenti avrebbero avuto presto luogo.
In questo campo, si distinse ben presto l’analisi del gruppo di studio LEAP/2020, composto da un team di esperti nel ramo economico che a differenza dei loro colleghi “colti di sorpresa” avevano saputo prevedere le tappe della crisi finanziaria con grande anticipo, ed in modo alquanto dettagliato.
Quello che invece i catastrofisti non riuscirono a prevedere, e che cambiò completamente le carte in tavola, fu la reazione del governo statunitense e l’operato della Fed: l’inaudito intervento di soccorso alle grandi banche tecnicamente fallite ed al sistema finanziario nel suo complesso fu una mossa che pochi avrebbero immaginato, considerata l’entità dell’intervento stesso.

 


(confronto tra la spesa del governo statunitense nei 12 mesi centrali della crisi con le spese sostenute nei precedenti 206 anni)

Il governo degli Stati Uniti ha saputo con un atto disperato e pericoloso allontanare il momento del crollo finale, rendendo però - apparentmente - il futuro istante della resa dei conti ancora più tragico.

Non si vede, infatti, una logica nel pensare di risolvere una profonda crisi causata dall’esplosione del debito per mezzo della contrazione di ulteriore debito. Eppure, è proprio quello che è stato fatto.

Nell’osservare quindi gli sviluppi della crisi economica attuale, e i bilanci degli stati, la domanda che sorge è la seguente: gli stati sovrani possono fallire? E se falliscono, quali sono le conseguenze per le persone comuni?
Sappiamo già che gli stati sovrani possono dichiarare bancarotta: è successo all’Argentina nel 2001 ad esempio.
Ma per quanto si tratti di una economia importante a livello mondiale, quella argentina non è minimanete paragonabile a quella statunitense.
Così, la vera domanda diventa: gli Stati Uniti, l’Inghilterra, i paesi dell’area dell’Euro, possono dichiarare bancarotta?
Quali fattori devono verificarsi affinché questo succeda?

Già adesso, ad esempio, il debito pubblico degli Stati Uniti è fuori controllo, impossibile al momento da ripagare, il che fa di quella americana una nazione a tutti gli effetti insolvente.

Nel 1999, in un articolo accademico rimasto a lungo poco noto, due noti economisti, Alan Greenspan (l’ex presidente della Federal Reserve statunitense e per anni vero Deux ex machina delle politiche economiche della nazione americana) e Pablo Guidotti, avevano espresso la formula con cui pronosticare con precisione il momento ed il livello in cui diviene manifesta l’insolvenza sul debito pubblico di un Paese.
La formula, detta regola di Greenspan-Guidotti, prevede che un Paese deve detenere riserve convertibili almeno pari al 100 % delle scadenze di debito che maturano a breve.
Gli Usa hanno 8133,5 tonnellate di oro che secondo l’autore valevano - due mesi fa - circa 300 mld $.
Il petrolio detenuto dalla Riserva strategica Usa è di 725 mila barili che secondo l’autore valevano  - e valgono - 58 mld $.
Inoltre secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi) gli Usa hanno 136 mld $ di riserve valutarie.
Il totale è circa 500 mld $ (455,5 mld $ secondo AsiaNews).
Su 2mila mld $ di debito in scadenza, circa 880 mld $ di debito è detenuto da stranieri.
I risparmi americani annualmente ammontano a circa 600 mld $.
Il totale del debito da collocare (debito da rifinanziare più nuovo debito) nell’anno - dunqu - è di 3500-3600 mld $ e pur ipotizzando che tutto il risparmio USA scelga i BOT (“Treasuries”), rimangono da collocare nell’anno circa 3 mila mld $.
Da dove proverrà tale ammontare ?

Ci si trova di fronte ad uno scenario da default, ed in breve tempo. A meno che non intervengano fatti nuovi.

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