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CRISI: IL REFERENDUM ISLANDESE
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venerdì 5 marzo 2010

L’Islanda è stata la prima vittima del collasso finanziario partito dagli Stati Uniti. Dopo mesi di negoziati e complesse trattative i creditori dell’Islanda, anzitutto grandi banche inglesi e olandesi, hanno imposto all’isola un severo piano di recupero, che alla fine è stato sottoscritto dal governo di Rejkyavik.
Contro questo piano è stato indetto un referendum che secondo tutti i sondaggi vedrà l’ampia prevalenza di No.

Il PIL dell'Islanda è di circa 17 miliardi di dollari. La cifra da pagare equivale dunque al 30% del PIL annuale dell’isola! Siccome la popolazione islandese è di 320mila abitanti, la cifra di debito a testa è di 16,500 dollari. In base all’accordo il denaro sarebbe stato versato lungo un periodo di 14 anni, il che implica che ogni cittadino islandese dovrebbe sborsare 100 dollari al mese fino al 2025.

Cosa accadrà se al referendum il popolo voterà contro l’accordo?

I grandi banchieri inglesi e olandesi minacciano “l’isolamento” dell'Islanda. Nel tentativo di sottolineare la posta in gioco, il ministro islandese dell’economia ha avvertito che un mancato salvataggio da parte dell FMI potrebbe significare una contrazione dell’economia del 5% anziché del 2% previsto.
Il ministro ha anche affermato che la vittoria del No al referendum, sarebbe un ostacolo all'adesione dell’Islanda alla UE.

L'Islanda è un piccolo paese; tuttavia, l'eventuale vittoria del No avrà serie conseguenze, anche simboliche.
Un paese europeo avrà detto no al mondo economico-finanziario, chiedendo difatto l'annullamento del debito con l'Estero.

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